Lilting, di Hong Khaou

Lilting-2014-thm-copiagrandeJunn (Cheng Pei Pei) è una donna sui sessant’anni, sino-cambogiana, che vive a Londra da ventinove anni e non ha mai voluto imparare la lingua; Richard (Ben Whishaw) è un trentenne londinese. L’unica cosa che sembrano avere in comune è il dolore per la perdita di Kai, figlio di lei e fidanzato di lui, morto prematuramente in un incidente.
Lilting, con il suo procedere cadenzato, lieve, con una  colonna sonora che sembra quasi entrare a far parte della sceneggiatura visto quanto, molto spesso, accompagni e aiuti a comprendere i pensieri e gli sguardi dei personaggi più delle parole stesse, è un film delicato, agrodolce, che commuove con grande semplicità, senza retorica. Lo sforzo, a volte anche eccessivo, di Richard di avvicinarsi a Junn, trincerata dietro un muro di ostinazione e paure, rappresenta l’ultimo disperato tentativo di sentirsi vicino alla persona che amava e ama, di continuare a fare qualcosa per lui.
La comunicazione, intesa come scambio e comprensione, è uno dei punti centrali del film, nonché uno dei più delicati. Lo vediamo soprattutto con l’entrata in scena di Vann, un’interprete che Richard assume per aiutare Junn a interagire con lui e Alan, un uomo che frequenta all’interno della casa di riposo in cui vive. La traduzione, infatti, si dimostrerà uno strumento insufficiente. Insufficiente a colmare il distacco, simboleggiato dalla costante presenza delle ortensie nella stanza della donna, la barriera che Junn ha creato tra se stessa e il resto del mondo.
Lilting è un percorso, difficile e doloroso, verso la comprensione reciproca, ma è anche una sorta di terapia, un modo di cercare di superare qualcosa di insuperabile, o quanto meno di imparare a conviverci.
Altro punto di forza del film è la fotografia, la luce morbida e i toni pastello creano, insieme al continuo indugiare della telecamera sui volti dei personaggi, una sensazione di intimità, che porta lo spettatore a far parte della storia, dei ricordi che i protagonisti hanno di Kai, della mancanza e del dolore che sentono.

Le Ragazze, di Emma Cline

laragazze1Sono le ragazze il punto focale del romanzo d’esordio di Emma Cline. Evie, protagonista e voce narrante, ci restituisce, con il suo sguardo attento, una visione dell’universo femminile accurata, precisa, variegata, supportata dalla consapevolezza di chi rivive la propria vita attraverso il ricordo, di chi ha posto sotto il microscopio ogni espressione, ogni azione e ogni momento.

Quella che ci presenta è una visione dell’adolescenza in cui non è difficile riconoscersi: la ricerca dell’attenzione, il bisogno di essere compresi e amati, di appartenere a qualcosa che ci faccia sentire meno soli. La protagonista ricorda e racconta di un’età in cui ci si sente, prima e più di tutto, una cosa da giudicare, in cui le azioni sono compiute perché spinte principalmente dalla necessità di compiacere per essere accettati. Evie è ancora qualcosa di indefinito, che cerca di prendere forma, di plasmarsi sulle aspettative altrui.

Le figure che la protagonista cerca di compiacere sono principalmente due: Russell e Suzanne. Russell, il leader della setta, è un aspirante musicista di dubbio talento che riesce, grazie al suo fascino, alla sua capacità di cambiare per adattarsi alla persona, come l’acqua che prende la forma del recipiente in cui la si versa, a manipolare chi si trova davanti. Ma non sarà il suo lo sguardo in cui Evie cercherà insistentemente approvazione e amore, bensì quello di Suzanne. Magnetica, ribelle e sicura di sé, Suzanne incarna tutto ciò che lei non è e vorrebbe essere.

Altro elemento cardine dell’adolescenza, segno, in parte, della fine dell’infanzia, è la scoperta dell’umanità e della fragilità dei genitori. Da esseri perfetti, modelli da imitare, diventano creature concrete, imperfette, spaventate. La narratrice lo esprime alla perfezione in questo passaggio:

 Non mi era mai venuto in mente, fino ad allora, che lui potesse essere una figura ridicola, uno capace di fare errori o comportarsi in maniera infantile o muoversi nel mondo con una goffaggine inerme, bisognoso di indicazioni.

La narrazione precisa, lo stile raffinato, la potenza della storia sono elementi che danno qualcosa in più e spiegano, in parte, il grande successo di quest’ottimo esordio. Quello che secondo me è mancato, forse, è stata la capacità di creare una vera connessione tra Evie e il lettore. Il suo sguardo, infatti, mi è parso troppo lontano, distaccato, quasi clinico.