Lincoln nel Bardo, di George Saunders

copertina del primo romanzo di george saunders lincoln nel bardo - edito feltrinelliLincoln nel Bardo, primo romanzo di George Saunders grazie al quale si è aggiudicato il Man Booker Prize 2017,  è un testo sperimentale e all’apparenza frammentario, che però si rivela da subito denso, coeso, pieno. Il racconto parte da un gesto semplice, seppur straziante: parte da un padre, il Presidente Lincoln, che abbraccia il corpo senza vita del figlio prima di riporlo nuovamente nella sua cassa da malato. Da questo momento, da questo un atto d’amore, spinto dal dolore della perdita, si crea una narrazione corale, a più voci, che in realtà ne formano una sola, quella dell’umanità tutta, rappresentata, incarnata dalle anime sospese, malate, del cimitero.

«Di solito eravamo così soli.
Lottavamo per restare.
Col timore di sbagliare».

hans vollman

Nel Bardo di Saunders c’è l’umanità intera: eccessiva, grottesca, tenera e spaventata. Un coro di voci che si alternano e si sovrappongono, chiassose e pacate, spesso sgraziate. E proprio in quel limbo, tra le tante anime in attesa, malate, alle prese con la loro routine, irrompe un uomo, alto, trasandato e triste; un uomo che altrove è il Presidente degli Stati Uniti, ma che lì è un’ombra, cupa e inquieta, che non riesce a trovare pace dopo la morte del figlio prediletto, il piccolo Willie Lincoln.

«Con questo voglio dire che eravamo stati notevoli. Eravamo stati amati. Non soli, perduti, stravaganti, ma saggi, ognuno a modo proprio. La nostra dipartita aveva causato dolore. Quelli che ci avevano amato sedevano a letto con la testa fra le mani; abbassando la faccia sul tavolo, emettendo versi animaleschi. Eravamo stati amati, ripeto, e ricordandoci, anche a molti anni di distanza, le persone sorridevano, allietate per un attimo da quelle memorie».

il reverendo everly thomas

«Eppure».

roger bevins III

«Eppure mai nessuno era venuto qui a prenderci tra le braccia, parlandoci con tanta tenerezza».

hans vollman

«Mai».

roger bevins III

Quindi la morte, ma anche la vita, la memoria, l’angoscia di essere dimenticati, spuntano prepotentemente dalle pagine, anzi ne sono protagoniste. Quest’uomo, questo padre addolorato che, visto il corpo esanime del figliolo prende tra le braccia come se fosse ancora qualcosa di più di una forma malata, desta lo stupore e la curiosità della popolazione del cimitero. Risveglia queste anime, intrappolate da tempo nei propri inferni personali, annichilite, assuefatte al freddo, al vuoto, alla distanza dalla loro vita precedente e dagli affetti, da ciò che amavano e da ciò che erano – tanto da aver scordato quasi tutto ciò che eravamo stati e avevamo conosciuto -, bloccate dalla paura di andare avanti pur nell’impossibilità di tornare indietro.

«I volti ridotti a diafane sbavature illeggibili.
I busti grigi e informi se non per gli arti appena abbozzati».

Appaiono sbiadite e informi alcune delle figure che popolano il cimitero. E tanto più si ostinano a restare lì, in quello stato di sospensione, di negazione, tanto più rischiano di non riuscire a uscirne, di perdersi completamente; alcuni per paura delle conseguenze legate alle azioni compiute, altri per l’attaccamento agli affetti terrestri, per l’incapacità di rescindere il legame che li tiene ancorati ai propri cari.

«Ho esportato questo dolore. Circa tremila volte. Finora. A oggi. Una montagna. Di ragazzi. Figli di qualcuno. Dovrò seguitare così. Potrei non averne la forza. una cosa è spingere la leva senza vedere il risultato. Ma qui giace un amato esempio di ciò che ottengo attraverso gli ordini che…
Potrei non averne la forza».

Ed è proprio Lincoln, Presidente, padre, l’uomo più triste del mondo, che con il suo dolore per la morte del figlio, dei figli, per il peso delle sue responsabilità, riattiva un motore arrugginito, spento da tempo immemorabile.

Con compassione, empatia ed estrema precisione, Saunders dipinge quindi l’uomo in tutte le sue sfaccettature, con tutte le sue paure e debolezze, creando un romanzo profondamente umano, divertente e commovente.

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Le Ragazze, di Emma Cline

laragazze1Sono le ragazze il punto focale del romanzo d’esordio di Emma Cline. Evie, protagonista e voce narrante, ci restituisce, con il suo sguardo attento, una visione dell’universo femminile accurata, precisa, variegata, supportata dalla consapevolezza di chi rivive la propria vita attraverso il ricordo, di chi ha posto sotto il microscopio ogni espressione, ogni azione e ogni momento.

Quella che ci presenta è una visione dell’adolescenza in cui non è difficile riconoscersi: la ricerca dell’attenzione, il bisogno di essere compresi e amati, di appartenere a qualcosa che ci faccia sentire meno soli. La protagonista ricorda e racconta di un’età in cui ci si sente, prima e più di tutto, una cosa da giudicare, in cui le azioni sono compiute perché spinte principalmente dalla necessità di compiacere per essere accettati. Evie è ancora qualcosa di indefinito, che cerca di prendere forma, di plasmarsi sulle aspettative altrui.

Le figure che la protagonista cerca di compiacere sono principalmente due: Russell e Suzanne. Russell, il leader della setta, è un aspirante musicista di dubbio talento che riesce, grazie al suo fascino, alla sua capacità di cambiare per adattarsi alla persona, come l’acqua che prende la forma del recipiente in cui la si versa, a manipolare chi si trova davanti. Ma non sarà il suo lo sguardo in cui Evie cercherà insistentemente approvazione e amore, bensì quello di Suzanne. Magnetica, ribelle e sicura di sé, Suzanne incarna tutto ciò che lei non è e vorrebbe essere.

Altro elemento cardine dell’adolescenza, segno, in parte, della fine dell’infanzia, è la scoperta dell’umanità e della fragilità dei genitori. Da esseri perfetti, modelli da imitare, diventano creature concrete, imperfette, spaventate. La narratrice lo esprime alla perfezione in questo passaggio:

 Non mi era mai venuto in mente, fino ad allora, che lui potesse essere una figura ridicola, uno capace di fare errori o comportarsi in maniera infantile o muoversi nel mondo con una goffaggine inerme, bisognoso di indicazioni.

La narrazione precisa, lo stile raffinato, la potenza della storia sono elementi che danno qualcosa in più e spiegano, in parte, il grande successo di quest’ottimo esordio. Quello che secondo me è mancato, forse, è stata la capacità di creare una vera connessione tra Evie e il lettore. Il suo sguardo, infatti, mi è parso troppo lontano, distaccato, quasi clinico.