Perfetti sconosciuti, di Paolo Genovese

perfettisconosciutiI cellulari, come dirà Eva (Kasia Smutniak), sono la scatola nera delle nostre vite. Dentro ci mettiamo tutto, le nostre relazioni, le nostre passioni, i nostri segreti. Li usiamo per sbirciare nelle vite degli altri, per informarci, per fare shopping o socializzare.

Cosa succederebbe, allora, se durante una cena un gruppo di amici decidesse di mettersi a nudo, di esporsi, condividendo ogni telefonata, ogni sms ricevuto nell’arco di qualche ora? È questo l’esperimento a cui si sottopongono i protagonisti di Perfetti sconosciuti.

All’inizio sembra qualcosa di innocuo, un po’ come l’obbligo o verità di quando eravamo ragazzini, ma la posta in gioco si rivela presto molto più alta. Non si può barare, non ci si può nascondere, e in qualunque momento il nostro amico più intimo, lo smartphone, potrebbe tradirci. Ma può una relazione, un’amicizia, anche una di lunga data, sopravvivere a una prova del genere?

E, soprattutto, conosci davvero la persona che hai accanto? No. Non del tutto, almeno. Anzi, per certi versi, proprio perché pensiamo di sapere chi è, in ogni sua sfaccettatura, l’amico o l’amante con cui condividiamo e abbiamo condiviso tanto, siamo dei perfetti sconosciuti. Abbiamo tutti dei segreti, tutti nascondiamo qualcosa, una parte di noi, a volte per egoismo, a volte anche solo per non ferirci a vicenda.

In sostanza, siamo tutti frangibili.

E il film di Genovese è proprio come la prova a cui si sottopongono i suoi protagonisti, inizialmente sembra leggero, inoffensivo, una commedia spensierata, ma poi la sua essenza si rivela nella sua amarezza e mette tutto, anzi tutti, in discussione.

The Lobster, di Yorgos Lanthimos

lobsterIn un futuro indefinito, ma apparentemente abbastanza vicino, essere single è illegale. Chi non ha un partner è costretto a un soggiorno di 45 giorni in una struttura, denominata semplicemente Hotel, alla fine del quale dovrà aver trovato l’anima gemella. Chi non dovesse riuscirci è destinato a essere trasformato in un animale a sua scelta e spedito nella Foresta.

Gli uomini e le donne che abitano il mondo grottesco creato da Lanthimos appaiono a prima vista assurdi, disumani, vuoti, ma man mano che il racconto va avanti si palesa in maniera disarmante come in realtà non siano poi tanto diversi da noi. Anzi, i loro comportamenti sono i nostri, solo più accentuati. Le convenzioni, le frivolezze e le contraddizioni che governano la società vengono qui esasperate e messe in vetrina in uno scenario in cui la Legge regola tutto, anche e soprattutto le relazioni, e in cui i crimini peggiori che si possano commettere sono quelli contro il senso comune, contro la norma, divinità posta su un piedistallo e adorata in molte società contemporanee.

L’amore viene misurato, quanto la ami in una scala da 1 a 15?, codificato. L’anima gemella si sceglie in base ad apparenti punti comuni: portiamo entrambi gli occhiali, soffriamo di epistassi, ci piacciono le fragole, e così via. L’importante diventa trovare qualcuno che per un motivo qualsiasi possiamo chiamare amore, perché, chiaramente, la pena per un fallimento sembra ben peggiore di un’unione che cammina su un filo, basata magari su una bugia.

Dall’altro lato, nella Foresta c’è chi si oppone e vive ai margini, nascosto, seguendo regole diverse ma altrettanto ferree. Dietro questo apparente anticonformismo si nasconde una controcultura fondata su valori diversi da quelli dominanti, ma la cui violazione viene punita in modo ugualmente crudele. Non si possono avere relazioni, non ci si può innamorare.

Lo scontro tra le due fazioni è aperto e feroce, le coppie attaccano i single e i single fanno altrettanto, smascherando quanto fragili siano in realtà le basi su cui si fondano le loro unioni e la società stessa. Ed è qui tra i boschi, al di là della civiltà, che l’amore, quello vero, sembra fare la sua apparizione. Ma lo è davvero? È possibile innamorarsi vivendo e crescendo in una civiltà che non ha idea di cosa sia l’amore e che, anzi, ne porta avanti un’idea così distorta?

In definitiva, The Lobster è un film disturbante, emotivamente molto efficace, che lascia lo spettatore con un nodo in gola e una sensazione di disagio difficile da scacciare.

Lilting, di Hong Khaou

Lilting-2014-thm-copiagrandeJunn (Cheng Pei Pei) è una donna sui sessant’anni, sino-cambogiana, che vive a Londra da ventinove anni e non ha mai voluto imparare la lingua; Richard (Ben Whishaw) è un trentenne londinese. L’unica cosa che sembrano avere in comune è il dolore per la perdita di Kai, figlio di lei e fidanzato di lui, morto prematuramente in un incidente.
Lilting, con il suo procedere cadenzato, lieve, con una  colonna sonora che sembra quasi entrare a far parte della sceneggiatura visto quanto, molto spesso, accompagni e aiuti a comprendere i pensieri e gli sguardi dei personaggi più delle parole stesse, è un film delicato, agrodolce, che commuove con grande semplicità, senza retorica. Lo sforzo, a volte anche eccessivo, di Richard di avvicinarsi a Junn, trincerata dietro un muro di ostinazione e paure, rappresenta l’ultimo disperato tentativo di sentirsi vicino alla persona che amava e ama, di continuare a fare qualcosa per lui.
La comunicazione, intesa come scambio e comprensione, è uno dei punti centrali del film, nonché uno dei più delicati. Lo vediamo soprattutto con l’entrata in scena di Vann, un’interprete che Richard assume per aiutare Junn a interagire con lui e Alan, un uomo che frequenta all’interno della casa di riposo in cui vive. La traduzione, infatti, si dimostrerà uno strumento insufficiente. Insufficiente a colmare il distacco, simboleggiato dalla costante presenza delle ortensie nella stanza della donna, la barriera che Junn ha creato tra se stessa e il resto del mondo.
Lilting è un percorso, difficile e doloroso, verso la comprensione reciproca, ma è anche una sorta di terapia, un modo di cercare di superare qualcosa di insuperabile, o quanto meno di imparare a conviverci.
Altro punto di forza del film è la fotografia, la luce morbida e i toni pastello creano, insieme al continuo indugiare della telecamera sui volti dei personaggi, una sensazione di intimità, che porta lo spettatore a far parte della storia, dei ricordi che i protagonisti hanno di Kai, della mancanza e del dolore che sentono.