Perfetti sconosciuti, di Paolo Genovese

perfettisconosciutiI cellulari, come dirà Eva (Kasia Smutniak), sono la scatola nera delle nostre vite. Dentro ci mettiamo tutto, le nostre relazioni, le nostre passioni, i nostri segreti. Li usiamo per sbirciare nelle vite degli altri, per informarci, per fare shopping o socializzare.

Cosa succederebbe, allora, se durante una cena un gruppo di amici decidesse di mettersi a nudo, di esporsi, condividendo ogni telefonata, ogni sms ricevuto nell’arco di qualche ora? È questo l’esperimento a cui si sottopongono i protagonisti di Perfetti sconosciuti.

All’inizio sembra qualcosa di innocuo, un po’ come l’obbligo o verità di quando eravamo ragazzini, ma la posta in gioco si rivela presto molto più alta. Non si può barare, non ci si può nascondere, e in qualunque momento il nostro amico più intimo, lo smartphone, potrebbe tradirci. Ma può una relazione, un’amicizia, anche una di lunga data, sopravvivere a una prova del genere?

E, soprattutto, conosci davvero la persona che hai accanto? No. Non del tutto, almeno. Anzi, per certi versi, proprio perché pensiamo di sapere chi è, in ogni sua sfaccettatura, l’amico o l’amante con cui condividiamo e abbiamo condiviso tanto, siamo dei perfetti sconosciuti. Abbiamo tutti dei segreti, tutti nascondiamo qualcosa, una parte di noi, a volte per egoismo, a volte anche solo per non ferirci a vicenda.

In sostanza, siamo tutti frangibili.

E il film di Genovese è proprio come la prova a cui si sottopongono i suoi protagonisti, inizialmente sembra leggero, inoffensivo, una commedia spensierata, ma poi la sua essenza si rivela nella sua amarezza e mette tutto, anzi tutti, in discussione.

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